MEET the BIG Interviste di Simone Motta

Linkin Park [ 2. May. 2007 - 11:39]
Vi ricordate di hit come In The End o Numb e di come queste canzoni vi fossero, quasi inconsciamente, entrate in testa sin dal loro primo ascolto? Vi ricordate la freschezza delle atmosfere evocata da pezzi come Somewhere I Belong e la commistioni di stili che accompagnano ritornelli come “What the hell are you wating for?” Ricorderete a questo punto anche la band californiana che, grazie alla propria originale miscela sonora, composta da metal, rap e musica elettronica, ha incantato un’intera generazione.
Dimenticatevi ora di tutto questo. E mettete da parte anche la definizione di Nu-Metal, respinta dalla stessa band, ora immergetevi nella melodia di Minutes To Midnight, a patto che vi riusciate. I Linkin park a distanza di quattro anni, tornano sulle scene musicali internazionali con un nuovo atteso lavoro che, a giudicare dai primi ascolti, sembra segnare una svolta artistica epocale per il gruppo.
In una soleggiata Milano di tarda primavera, il mastermind e co-produttore dell’intero progetto, Mike Shinoda, coadiuvato dal suo fido compare  Brad Delson, il chitarrista della band, ha provato ad illustrarci il processo creativo che ha dato origine a questo nuovo album, così differente dai suoi predecessori.
 
Partiamo da What I’ve Done, il primo singolo estratto da Minutes To Midnight,  a cui è associato anche un video, le cui immagini sembrano porre l’accento, sulle problematiche legate al degrado ambientale. Quale concetto ispiratore si cela dietro a questa canzone?
Mike:  Premetto subito che, sia dal punto di vista lirico, quanto da quello puramente musicale, ogni brano dell’album si presta a interpretazioni differenti. Anche What I’ve Done si pone quindi su piani contenutistici diversi, che spaziano quindi dal concreto  all’intimistico, senza soluzione di continuità. L’esperienza mi insegna che ogni canzone penetra ad un livello di comprensione diverso a seconda del fatto che si sia al suo primo o al suo centesimo ascolto. Per me, è sempre sorprendente notare come, ogni persona percepisca, il mondo attorno a se, da un’ottica leggermente sfasata rispetto al proprio prossimo e di come tutto ciò si ripercuota inevitabilmente anche sulla musica.
Come sono, musicalmente parlando, le altre canzoni di questo cd?
Brad: Le altre canzoni? Sono fantastiche, naturalmente! (dice sogghignando).
Parlando seriamente, credo non esistano oggi, delle parole in grado di definire esattamente il mood e le atmosfere dominanti di questo disco; proprio perché, in pratica, ogni canzone costituisce una storia a se stante. Durante la sua genesi, mescolando fra di loro moltissimi ingredienti, abbiamo ottenuto una miscela sonora, davvero molto variopinta.
Basti pensare al fatto che, anche per quanto concerne le semplici riprese delle parti di batteria, abbiamo scelto di utilizzare ben 10 diverse location.
Posso, in definitiva dire che ci troviamo di fronte ad un lp letteralmente schizofrenico, dotato quindi di molte personalità distinte.
Il passaggio a sonorità così ricche di melodia è avvenuto in seguito ad un naturale processo di maturazione artistica o, dobbiamo invece pensare che, tale mutazione, sia frutto di un preciso intento compositivo?
Brad: In definitiva, posso affermare che sono vere entrambe le spiegazioni. In sede di pianificazione di questo album,  abbiamo espresso la volontà di realizzare un prodotto realmente inedito che, allo stesso tempo, riuscisse a mantenere inalterata la personalità della band. Penso che, il voler a tutti i costi pubblicare un album che, in qualche modo, riproponesse quanto già realizzato in precedenza con Hybrid Theory e Meteora,  sarebbe stato un po’  ridondante e ripetitivo per noi. Sentivamo il bisogno di nuove sfide e di nuove emozioni, proprio perchè consideravamo esaurito, il percorso artistico iniziato tempo addietro. L’idea di ricominciare da zero poi, ci eccitava moltissimo. Sulle ali dell’entusiasmo, ci siamo quindi dedicati alla sperimentazione, e siamo arrivati a produrre ben 150 demos differenti, fra cui poter scegliere il materiale per il nuovo album. Il risultato di tutto questo sforzo creativo è Minutes to Midnight.
La collaborazione fra Mike Shinoda e Rick Rubin ha permesso ai Linkin Park di mantenere una sorta di controllo sulla produzione del disco?
Mike: I ragazzi della band mi hanno dato questa grande responsabilità e io ne sono stato loro davvero grato. Il mio ruolo consisteva nel far funzionare il lavoro di ogni membro al meglio e nell’inquadrarlo nella giusta direzione. In sostanza ciò consisteva nell’ assicurarsi che ogni elemento del gruppo si sentisse davvero coinvolto nel processo creativo. Abbiamo aperto la porta alle idee di tutti e, il risultato di tutto ciò, è che siamo tutti molto fieri del nostro nuovo lavoro.
Qual è stato il miglior consiglio che Rick Rubin vi ha dato?
Probabilmente, ci ha infuso la consapevolezza di avere le capacità per ricominciare da capo. In pratica, ci ha trasmesso la voglia di reinventare il nostro sound, partendo dalle fondamenta. Rubin, infatti, ci spronava continuamente a provare soluzioni artistiche a cui non avevamo mai pensato di ricorrere, in precedenza.
Rick è anche la persona che, sin dal primo minuto, è stata in grado di avere la visione di insieme dell’intera opera in divenire.
Il titolo, Minutes To Midnight, a cosa si riferisce esattamente?
Mike:La storia che si cela dietro alla scelta di questo titolo è abbastanza curiosa. In effetti, da parecchi mesi stavamo cercando, senza successo, di trovare un parola, un codice, che in qualche modo si adattasse a rappresentare al meglio il nostro lavoro. In sostanza cercavamo un titolo aperto ad interpretazioni differenti. Avevamo quasi perso la pazienza quando, Chester, guardando alla tv uno special sul Doomsday Clock, l’orologio che simbolicamente segna il livello di tensione nel mondo, è rimasto molto colpito dall’espressione “Minutes To Midnight”, usata per indicare l’approssimarsi di un eventuale olocausto nucleare. Abbiamo poi ritenuto che, Minutes to Midnight fosse un titolo molto efficace, in quanto in grado di sottendere un presagio molto oscuro e allo stesso tempo di indicare l’attesa spasmodica per qualcosa di positivo e bello.
Nessun tributo, quindi, alla canzone che gli Iron Maiden avevano pubblicato negli anni 80’, Two minutes to midnigh, appunto?
Mike: Mi ero addirittura dimenticato del fatto che loro avessero un pezzo che portava questo titolo. In realtà non ascolto gli Iron dai tempi del liceo. Per il titolo abbiamo semplicemente giocato con l’ambiguità di questa frase, che in effetti è aperta, a diverse interpretazioni. Mi piace pensare che ogni persona ascoltando, o leggendo un medesimo testo, ne tragga poi i significati più disparati e antitetici. Spesso incontro ragazzi che mi svelano i  lati nascosti della mia musica e che mi invogliano a rileggere le mie stesse canzoni alla luce della loro personale chiave di lettura.
Forse è solo un’impressione momentanea ma, da un primo ascolto, Shadow Of The Day, sembra essere pericolosamente somigliante ad altre ballads molto celebri, come ad esempio, la tanto acclamata Whit or without you degli U2. Che ne pensate?
Brad: Davvero? (si guardano..)
Questa canzone è stata fra le prime ad essere ultimate. Forse non vi ho detto che, con questo album, abbiamo anche adottato un metodo compositivo del tutto nuovo. In precedenza, in prima istanza ci occupavamo di scrivere tutte le parti musicali. Solamente in seconda battuta, aggiungevamo i testi e i cantati. In questo caso, abbiamo, invece, seguito il processo creativo diametralmente opposto. Partendo dall’analisi del suo testo, ricco di contenuti intimistici, Shadows Of The Day, ci è apparsa subito come una grande canzone. Probabilmente proprio per coniugarci alle atmosfere evocate dalle sue parole, inconsapevolmente siamo approdati a partorire un arrangiamento simile a quello di alcune canzoni degli U2. La nostra sfida, nel caso di Shadow Of The Day, è stata anche quella di trovare gli strumenti atti ad esaltare ogni contesto o variazione lirica. A tale scopo, in alcune tracce dell’album, ho suonato persino il banjo.
Mike:Suonare il banjo è stato in realtà molto affascinante. Ho una storiella da raccontarvi in proposito, ci siamo trovati a presentare, suonando davanti al presidente della Warner Bross, una nostra nuova canzone impugnando proprio questo strumento figlio della tradizione country americana. All’inizio c’era un po’ di imbarazzo, probabilmente, il boss avrà pensato che, i Linkin Park fossero completamente impazziti. Gli abbiamo semplicemente detto di sedersi ad ascoltare, al termine della nostra performance ha detto solamente “ok, è un bel pezzo”(ride). Onestamente, penso che l’aspetto musicalmente interessante del nostro nuovo lavoro, risieda proprio in questa miscela di suoni “vintage” e di suoni più electonic orriented.
Pensi che il vostro lavoro si possa ancora definire “Nu Metal”?
Mike: In realtà non ci siamo mai sentiti parte di questo ristretto club. Nonostante, sin dall’inizio della nostra avventura, già con Hybrid Theory, i media in America ci considerassero come esponenti del movimento Rap Rock, che in Europa è stato invece ribattezzato Nu Metal, noi, ci siamo sentiti sempre al di fuori di questo contesto. Ad ogni modo, già con Meteora, abbiamo cercato di discostarci da questa scomoda etichetta, aprendoci verso altre influenze. Oltre tutto, abbiamo anche suonato in molti festival accanto a parecchie band orgogliosamente “Nu Metal”. Posso, in tutta onestà, assicurarvi che la loro proposta artistica è abbastanza diversa dalla nostra. Quindi penso che, non abbia molto senso il fatto che, alcuni addetti ai lavori, ci continuino ad identificare utilizzando questa terminologia impropria.
Recentemente inoltre, quando abbiamo iniziato a lavorare a questo album, abbiamo proprio deciso di riscoprire un rock caratterizzato dalle sonorità più “old style”. Ora, sinceramente non so che accadrà, forse riformuleranno la definizione stessa di nu-metal, spostandone ancora i parametri. Forse domani, qualcuno conierà un nuovo termine per definire il nostro nuovo sound. In generale, posso dire che, come artista e come individuo, per me, esattamente come per tutti gli altri elementi del gruppo, l’essenziale è l’essere onesto e genuino al 100%. Tutte le etichette preconfezionate e tutte le definizioni di sorta, non sono certo in grado di condizionare il nostro modo di fare musica.
Fra poco suonerete in Italia, all’Heineken Jammin' Music Festival di Venezia. Conoscevate questo festival? Sapete che è ormai giunto alla sua decima edizione?
Brad: Il decimo anniversario? E’ fantastico, sono molto eccitato dall’idea di suonare a Venezia. Ho saputo che dal palco si potrà rimirare persino la città lagunare. In generale, ci piacciono molto i festival europei. In America non c’è la stessa cultura per questi grandi eventi. Qui, da voi intendo, è possibile vedere in azione, sul medesimo palco, band completamente diverse per proposta ed attitudine. Negli States, ogni raduno è sostanzialmente monotematico. Ogni festival ha la sua nicchia di pubblico, in pratica. Probabilmente su questa sponda dell’atlantico, la gente è più aperta, dal punto di vista musicale. Con il nostro festival, il Projekt Relovution, stiamo cercando di ottenere lo stesso tipo di commistione fra generi diversi, anche nel nostro paese.
Hands Held Hight è un pezzo molto bello, caratterizzato da parecchie armonizzazioni vocali, è stata  forse influenzata dai dischi dei Beach Boys?
Mike: Wow i Beach Boys! Che bello, sono felice che questa canzone ve li abbia in qualche modo ricordati. E’ buffo ma, a dire la verità, non ho mai ascoltato i loro album con molta attenzione. Ho scritto io le armonie di questo pezzo, ma non avevo mai fatto caso a questa similitudine. I Beach Boys fanno in qualche modo parte del background culturale di LA. Come tutti sanno la nostra città è caratterizzata da una cultura molto ibrida, dalla quale, probabilmente tutti noi abitanti siamo inconsciamente influenzati.
 
Simone Motta

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