Alla fine degli anni 90, la scena underground del nostro paese, vive un periodo di straordinario fermento creativo. Nell’estate del 1998, fra le tante realtà interessanti, si affermano, quasi a sorpresa, i Soerba, paladini di quello che poi si sarebbe rilevato, come un insperato ritorno sotto le luci della ribalta del synt-pop degli anni 80. In un freddo pomeriggio invernale, parliamo con Luca Urbani, deus ex-machina della band monzese. Sapresti raccontarci brevemente quali sono stati gli esordi dei Soerba? In quel periodo portavo, già da qualche tempo, i miei provini a Mauro Orlandelli, che poi a mia insaputa, a sua volta li sottoponeva all’esame di altri discografici. Il giorno in cui mi sono presentato da lui con I Am Happy, sono stato quasi immediatamente chiamato dal direttore artistico della Polygram, che si è detto molto interessato al nostro progetto musicale. A dire la verità, ho scritto questa canzone in risposta ad una critica che soventemente facevano, alle mie canzoni, spesso definite troppo oscure e dark. Chi sono gli artisti che più hanno influenzato il tuo modo di scrivere? Ti farò subito due nomi; i CCCP per quanto riguarda la musica italiana e i Depeche Mode per ciò che concerne il mondo anglosassone. Al tutto, si unisce poi una grande passione per Franco Battiato. Per le liriche sottolineo ancora una volta l’assoluta importanza che i CCCP, con i loro testi originali, hanno avuto sulla mia formazione. Luca Urbani oggi è un dj, un musicista , un produttore e un cantautore. In che veste si trova più a suo agio? Rispondo senza esitazione alla tua domanda; io da sempre mi sento essenzialmente un cantautore. Il ruolo del dj, in effetti, l’ho sempre vissuto con un certo disagio. Soprattutto perché, da Luca Urbani dei Soerba, generalmente ci si aspetta una certa scaletta, infarcita di hit degli anni ottanta, che finisce per limitare la mia vena creativa. All’inizio dei 90’s, la musica elettronica, complice anche l’esplosione del grunge, era un po’ in declino. Come contropartita, in quegli anni sono riapparse moltissime band che proponevano il canonico terzetto chitarra basso e batteria. In un contesto apparentemente così difficile, come i Soerba riuscivano a trovare spazi e palchi su cui esibirsi? Nei primi anni 90, facevo parte di un gruppo rock, pertanto, in realtà, questo problema non l’ho percepito direttamente. Non suonavamo moltissimo, questo è vero. Facendo dei pezzi propri e non avendo nessun disco all’attivo, in pratica, incontravamo le stesse difficoltà che oggi affrontano tutte le band di giovani che provano a farsi largo contando unicamente sulle proprie forze. Per conto mio, ad ogni modo, sempre in quel periodo, ho continuato a sviluppare la mia passione per la musica elettronica, che mi è poi tornata utile, quando, alla fine dello scorso decennio, è esploso il revival degli anni 80. Come hai vissuto, a livello personale, quell’estate del 1998? In realtà, non ho provavo sensazioni particolari. Ero felice, ma non avevo una vera consapevolezza di quanto, in effetti, stava accadendo intorno a me. Al contrario, la partecipazione a Sanremo dell’anno successivo, ha avuto un impatto superiore sulla mia persona. In quell’ambito ci siamo sentiti, quasi inaspettatamente, letteralmente catapultati nell’occhio del ciclone, con decine di giornalisti sempre pronti ad intervistarci. Il tuo rapporto con la gente, nel frattempo, è in qualche modo cambiato? Ho avvertito un po’ una sorta di distacco. In effetti, molti miei amici, in quel periodo, mi accusavano di essere diventato una sorta di snob. La realtà era diversa; per fare fronte ai molteplici impegni promozionali che la pubblicazione del disco comportava, durante il biennio 98-99, non ho avuto molte opportunità di frequentare le persone che conoscevo. Prima hai parlato di Sanremo. Trovi il festival ancora utile a qualche scopo, musicalmente parlando? Premetto che, per noi, partecipare al Festival, nel 1999, è stato divertente ed esaltante. Guardando il tutto con maggior distacco, devo ammettere, invece, che, la nostra presenza è stata, più che altro, fine a se stessa. Per un concorrere di cause diverse, i Soerba, con Noi Non Ci Capiamo, sono apparsi al pubblico dell’Ariston, quasi come degli extraterrestri. Ad ogni modo, penso che la manifestazione possa ancora essere vista come un buon trampolino di lancio; basti, in tal senso, pensare a quanto realizzato dai Subsonica nel 2000 quando, Tutti I Miei Sbagli, pur non vincendo, divenne estremamente popolare e conosciuta. La Mescal, proprio in quel periodo, ha prodotto tutto ciò che di buono che, una certa avanguardia musicale italiana ha realizzato. Come ti sei trovato a lavorare con loro? A dire il vero molto bene. L’atmosfera è sempre stata molto familiare e amichevole, e le nostre richieste venivano sempre ascoltate e prese in considerazione. Dal punto di vista personale poi, ero molto amico di Manuela Longhi, con cui ci si vedeva anche al di fuori del contesto lavorativo, per serate in compagnia. Devo dire che Valerio Soave è, alle volte un po’ irraggiungibile, soprattutto quando si trattava di rinegoziare un contratto. Suonare davanti a molta gente, ti ha mai creato dei timori reverenziale? In realtà succede sempre l’esatto contrario. Con i Soerba abbiamo fatto moltissime date, e, solamente quando il numero dei paganti era scarso, ci si sentiva a disagio. Ricordo, in particolare, un festival in quel di Messina, in cui suonammo davanti a diecimila persone, in cui fummo subito a nostro agio. Ci parli invece un po’ dei tuoi progetti attuali? Con piacere; ho appena realizzato un disco da solista, Elettrodomestico, pubblicato a febbraio del 2007, che porterò dal vivo adesso, proponendo brani vecchi unitamente a brani nuovi. La novità dell’ultima ora è che, da pochissimo, sono entrato, con una partecipazione, nell’etichetta di Garbo, la Discipline. Insieme produrremo dischi altrui, che riterremo interessanti. Recentemente ho poi co-prodotto, insieme a Luca Vincenzi, il disco, di jazz psichedelico, solo strumentale, degli Zita Ensemble, uscito per la Lizzard. Fra le varie collaborazioni con chi ti sei sentito maggiormente in sintonia a livello artistico? Su tutti, voglio citare Lele Battista. Insieme andiamo d’amore e d’accordo, tanto che, il famoso Progetto Zerouno, molto “rock orrieted”, si basa molto su questa sintonia. Fare parte di una band significa, in moltissimi casi, condividere il processo di songwriting con altri musicisti. Come vi dividete i ruoli? A dire ilo vero, è più che altro, uno scambio a lavoro quasi ultimato, in cui ognuno apporta delle migliorie, o comunque delle lievi modifiche, al lavoro dell’altro. In realtà ognuno compone individualmente i propri brani, devo ammettere che faccio molta fatica a scrivere un pezzo a quattro mani con un’altra persona. Anche quando ho scritto l’Assenzio con Marco(Morgan), tutto, in effetti, è partito da un mio provino che poi lui ha sviluppato. Che sviluppi conoscerà la musica nel prossimo decennio? Bisognerà innanzitutto capire ciò che accadrà a livello discografico. Nell’ultimo periodo stiamo assistendo ad un tentativo di riproposizione del classico disco in vinile, in precedenza quasi estinto. Anche se, a mio parere il cd non morirà mai, probabilmente diverrà prezioso quanto il caviale, con band che, di conseguenza e per assurdo, riceveranno il disco d’oro dopo appena mille copie vendute. Il marketing si baserà invece molto sulle sponsorizzazioni, almeno credo. Per il genere che segnerà la nuova tendenza, invece non saprei sbilanciarmi al momento. E tu cosa ti auspichi che accada invece? Mi auspico il ritorno della musica di valore, caratterizzata da testi interessanti e nuovi. In proposito mi accontenterei anche di uno spot, di un messaggio buffo e d ironico, detto in modo originale. In questo senso mi sono piaciute molto le parole di Fango, una delle ultime canzoni di Jovanotti. |